28 Ottobre 2024
L’orsetto e la lanterna di zucca
L’orsetto e la lanterna di zucca
scritto da Patrick Woywod
Illustrazioni di Judit Dósa – dosajuco
traduzione di Francesca Doglioni

È proprio una fortuna che in questa giornata di nebbia ci sia una zucca con la luce nella pancia
Era una giornata nebbiosa e l’orsetto era talmente impegnato a giocare che non si accorse che l’orario di rientro a casa era passato. Ora si trovava ai margini del bosco e si guardava attorno.
“Accidenti”, brontolò, “tra gli alberi ci sono nuvole ovunque. Ci si potrebbe facilmente perdere.”
All’improvviso vide brillare una luce. Riusciva a scorgerla a malapena. La lucina tremolava debolmente nella nebbia nascondendosi tra le nuvole, poi sfavillò di nuovo quasi a richiamare la sua attenzione.
“Oh, un puntino luminoso!”, disse felice l’orsetto brancolando verso la luce.
“Una luce è utile: mi aiuterà a ritrovare la strada di casa.”
La strana luce diventava più grande e più chiara e poi…
L’orsetto sussultò. Quella che luccicava davanti a lui era un’orribile luce che sogghignava da una macabra faccia.
“Aaah!”, urlò l’orsetto.
“Aaah!”, urlò la macabra faccia. “Nessuno mi aiuta?”
“H-hai bisogno di aiuto?”, balbettò l’orsetto. “C-chi sei?”
“Non mi riconosci?” La strana cosa ora stava quasi per mettersi a piangere. “Sei passato davanti a me quasi ogni giorno. Sono io, la zucca. La cosa gialla del campo, lassù a destra.”
L’orsetto rimase stupito. “Perché hai questo strambo aspetto e perché non abiti più nel campo?”
“Perché le persone della casa nel bosco mi hanno raccolto e i loro bambini mi hanno ritagliato trasformandomi in un un’orribile smorfia. Ecco perché ora mi ritrovo su questo muro davanti alla casa nel bosco”, si lamentò la zucca. “E hanno inserito delle candele dentro la mia pancia svuotata. Non è crudele?”
L’orsetto, che ora non era più spaventato, annuì.
“È davvero crudele”, borbottò e si avvicinò a tentoni alla smorfia di zucca.
“Allora, aiutami orsetto!”, pregò la zucca. “Portami con te! Voglio essere tuo amico. Non è per niente divertente starsene appollaiato su un muro a spaventare la gente con uno stupido ghigno.”
“Certo, ti aiuto”, disse l’orsetto. Prese la zucca tra le braccia e si incamminò lungo il sentiero che a sinistra saliva dalla casa nel bosco fino alla tana degli orsi.
“Grazie”, disse la zucca. “Non lo dimenticherò mai. Ora reggimi per la testa come una lanterna, così con la mia luce troveremo la strada tra la nebbia.”
“Grazie”, disse contento l’orsetto. “E a casa trasformerò il tuo ghigno in un viso felice. Sei d’accordo?”
“D’accordo!”, disse la zucca. “Sei un vero amico.”
E felice, il piccolo orsetto si diresse verso casa insieme al suo nuovo amico, la zucca.
Originalfassung
Wie gut, dass es an diesem Nebeltag den Kürbis mit dem Licht im Bauch gibt
Vor lauter Spielen hatte der kleine Bär an diesem Nebeltag vergessen, rechtzeitig nach Hause zu gehen. Nun stand er am Waldrand und sah sich um.
“Zu dumm”, brummelte er. “Überall hängen Wolken zwischen den Bäumen. Man könnte sich glatt verirren.”
Auf einmal sah er ein Licht blinken. Ganz schwach konnte er es sehen. Es flackerte leise durch die Nebelwelt, versteckte sich mal zwischen Wolken, dann blinkte es ihm lockend wieder zu.
“Oh, ein Lichtpünktchen!”, freute sich der kleine Bär und tastete sich auf das Licht zu. “Licht ist gut. Es wird mir helfen, den Heimweg zu finden.”
Das seltsame Licht wurde größer und heller und dann …
Der kleine Bär erschrak. Ein grinsendes Fratzenlicht war es, das ihm aus einem grausigen Fratzengesicht entgegen leuchtete.
“Wäh!”, heulte der kleine Bär auf.
“Wäh!”, heulte das Fratzenlichtgesicht. „Hilft mir denn keiner?”
“D-du brauchst Hilfe?”, stammelte der kleine Bär. “W-wer bist du?“
“Erkennst du mich nicht?” Jetzt weinte das fremde Ding fast. “Fast jeden Tag bist du an mir vorbei gegangen. Ich bin’s. Der Kürbis. Der gelbe vom Feld oben rechts.”
Der kleine Bär staunte. “Warum siehst du so komisch aus und warum wohnst du nicht mehr in deinem Feld?“
“Weil mich die Leute vom Waldhaus geerntet haben und weil ihre Kinder aus mir ein hässliches Fratzengesicht geschnitzt haben. Darum stehe ich nun auf dieser Mauer vorm Waldhaus.” Der Kürbis stöhnte. “Und Kerzen haben sie in meinen hohlen Bauch gestellt. Ist das nicht gemein?”
Der kleine Bär, der sich nun nicht mehr fürchtete, nickte.
“Arg gemein sogar ist das”, brummte er und tappte zu der Kürbisfratze hinüber.
“Dann hilf mir, kleiner Bär!”, bat der Kürbis. “Nimm mich mit! Ich möchte dein Freund sein. Es macht nämlich keinen Spaß, auf einer Mauer zu hocken und mit einem dämlichen Grinsen Leute zu erschrecken.“
„Klar helfe ich dir“, sagte der kleine Bär. Er nahm den Kürbis in den Arm und tappte den Weg, der links vom Waldhaus zur Bärenhöhle führte, bergan.
“Danke”, sagte der Kürbis. “Das werde ich dir nie vergessen. Und nun halte meinen Fratzenkopf wie eine Laterne. Dann finden wir mit meinem Licht den Weg durch die Nebelwelt.”
“Danke”, freute sich der kleine Bär. “Und zuhause werde ich deine Fratze in ein fröhliches Gesicht verwandeln. Einverstanden?”
“Einverstanden!”, sagte der Kürbis. Du bist ein wirklicher Freund.”
Und zufrieden tappte der kleine Bär mit seinem neuen Freund, dem Kürbis, nach Hause.